Il Filebo di Platone

Il Filebo è un dialogo platonico in cui Socrate riflette sulla relazione tra felicità e piacere, interrogandosi se una vita felice coincida necessariamente con una vita di piaceri. È un’opera della maturità, se non della vecchiaia di Platone, che ha spesso suscitato perplessità per la sua affinità con una concezione pitagorica piuttosto oscura. Platone, nel Filebo, infatti si avvicina fortemente al pitagorismo: già nella prima parte del dialogo emerge una teoria delle idee con una chiara impostazione aritmetizzante. Le idee, in questo contesto, vengono concepite come entità quantificabili, esprimibili numericamente e distinte sia per quantità sia per qualità. Successivamente, il dialogo affronta il tema del piacere e il suo ruolo nella vita buona, cercando di determinare fino a che punto esso possa concorrere alla felicità.

Una delle ragioni per cui il Filebo è stato talvolta considerato un’opera della decadenza è proprio questa commistione di temi: che relazione esiste tra matematica e riflessione etica? In che modo lo studio del numero influisce sulla comprensione dell’anima? E soprattutto, ha un impatto concreto sulla vita morale dell’uomo?

Platone stesso sembra consapevole della complessità del dialogo, tanto da definirlo una “tempesta”, enfatizzando questa impressione con un’interruzione improvvisa nel mezzo di una riflessione cosmologica. Il testo è denso di digressioni e incisi, a tratti dando l’impressione di un mosaico non perfettamente assemblato. Tuttavia, il Filebo rimane l’ultima e più ampia opera etica di Platone e, al tempo stesso, uno dei dialoghi dialettici più chiari nell’esposizione del suo sistema filosofico, sia nei suoi aspetti metodologici sia in quelli metafisici.

Dal punto di vista etico, la questione sembra risolversi rapidamente a favore della vita mista, una combinazione equilibrata di piacere e intelligenza, senza ulteriori sviluppi o ripensamenti nel prosieguo del testo. Questo rende difficile comprendere le motivazioni dietro il successivo approfondimento della discussione. Un elemento insolito è che i personaggi coinvolti nel dialogo, a partire dallo stesso Filebo che dà il nome all’opera, sono figure poco conosciute, così come ignoti restano il luogo e il tempo in cui si svolge la discussione. Inoltre, il dialogo sembra oscillare tra una riflessione etica tipica dei dialoghi giovanili di Platone e implicazioni pitagoriche che, secondo l’ermeneutica tradizionale, non trovano piena rispondenza nella sua filosofia, se non attraverso i controversi riferimenti aristotelici alle dottrine non scritte.

Il Filebo rimane dunque un’opera complessa e sfaccettata, che testimonia l’evoluzione del pensiero platonico e il suo tentativo di integrare elementi matematici nella riflessione etica, lasciando aperti interrogativi che continuano a stimolare la discussione filosofica.

Filebo di Platone a cura di Maurizio Migliori, Bompiani
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I personaggi

La presenza di Socrate come maestro nelle opere finali di Platone appare perfettamente spiegabile nel Filebo, un dialogo ricco di riferimenti pitagorici.

Filebo è un personaggio enigmatico: pur dando origine al confronto, non vi partecipa direttamente. Il fatto che il titolo dell’opera gli sia attribuito suggerisce che Platone volesse polemizzare con un filosofo importante, ma con cui il confronto appariva inutile. A questa figura corrisponde plausibilmente Eudosso, matematico che giunse all’Accademia e pose con insistenza, ma senza successo, due questioni fondamentali affrontate anche nel dialogo. Eudosso era un edonista e suscitò accese polemiche nella scuola. Inoltre, la sua concezione delle idee si basava sulla mescolanza tra cosa e idea, un’interpretazione materialista che Platone respinge. Poiché il Filebo chiarisce la visione metafisica del “misto”, sembra improbabile che Platone abbia ignorato la polemica con Eudosso. Questa identificazione spiega anche il trattamento riservato al personaggio: Platone lo critica duramente, ma con rispetto. Nelle pagine più polemiche contro l’edonismo grossolano, Socrate stesso precisa che le posizioni di Filebo non rientrano in quelle più rozze.

Quanto a Protarco, il giovane che discute con Socrate, è definito “figlio di Callia”. È improbabile che si tratti di un caso di omonimia: il padre del ragazzo era effettivamente noto a Socrate, e i dettagli sul carattere del giovane—la sua apertura mentale, la sua intelligenza, nonché le sue frequentazioni sofistiche, in particolare con Gorgia—confermano questa identificazione.

Epoca di composizione

La maggior parte dei critici moderni considera il Filebo una delle ultime opere di Platone, scritta dopo la grande quadrilogia dialettica (Parmenide, Teeteto, Sofista e Politico) e immediatamente a ridosso del Timeo, Crizia e Leggi. Nonostante le sue peculiarità, la questione dell’autenticità non è mai stata posta in modo particolarmente problematico; anzi, proprio l’originalità dello svolgimento ha contribuito a rafforzarne l’attribuzione a Platone, anziché metterla in discussione.

Tema conduttore

Tre elementi si intrecciano nel corso della discussione tra Protarco e Socrate.

1.Il primo è il tema centrale del dialogo: la ricerca della vita buona per l’uomo. Si confrontano due tesi opposte: quella di Filebo, che esalta una vita di puro piacere, e quella socratica che privilegia una vita di puro pensiero. Tuttavia, lo stesso Socrate propone una terza via, sostenendo la superiorità di una vita mista, che combina piacere e intelletto.

2.Il secondo elemento riguarda la questione teoretica del bene. Anche in questo dialogo, Platone non ne offre una definizione compiuta, ma si avvicina al concetto, ponendosi simbolicamente sulla soglia della “casa del Bene”.

3.Il terzo elemento affronta il tema più alto: la vita divina.

Filebo di Platone a cura di Salvatore Primiceri

FileboIl dialogo

Il Filebo dà per acquisita la discussione tecnica tra sostenitori dell’edonismo e del razionalismo, considerandola già affrontata in precedenza. Platone evidenzia come il dibattito sia giunto a un punto morto, rendendo necessario un nuovo livello di analisi. In questa prospettiva si può interpretare il passaggio di consegne tra Filebo e il giovane Pròtarco.

La prima questione posta da Platone è se sia corretto parlare in modo univoco di piaceri tra loro diversi. Lo stesso problema si presenta nell’analisi delle conoscenze. Si tratta quindi di comprendere in che senso un’unica idea possa essere al tempo stesso una e molteplice, poiché questa caratteristica riguarda l’intera realtà e ogni nostro discorso.

Per evitare un percorso troppo complesso, Socrate tenta una sorta di scorciatoia: emerge subito che nessuno sceglierebbe una vita di solo piacere senza nemmeno la consapevolezza di goderne, così come nessuno vorrebbe una conoscenza priva del piacere che essa stessa genera. Al contrario, tutti accetterebbero una vita mista, che combini entrambi gli elementi. La dea di Filebo non coincide con il Bene e rischia di ridimensionare anche il Nous divino, cosa che Socrate non è disposto ad accettare. Perciò la disputa viene riaperta, ma spostata sul secondo posto: determinare quale tra piacere e pensiero sia superiore ai fini della felicità umana.

Per approfondire l’indagine sulla realtà come uno e molteplice, è necessario definirne i fondamenti ontologici. Vengono così individuati quattro generi fondamentali: l’illimitato, il limite, il misto che nasce dalla loro combinazione, e infine la causa, distinta dagli altri tre. Questa classificazione permette di collocare la vita mista nel genere del misto, il piacere in quello dell’illimitato, mentre la determinazione dell’intelligenza risulta più complessa. Basandosi su una visione cosmologica e teologica, in cui il cosmo è governato da un’intelligenza superiore ordinatrice, si giunge alla conclusione che il Nous appartiene al genere della causa.

Si avvia ora l’analisi dei piaceri, funzionale alla determinazione della struttura della vita buona. Viene distinta una prima opposizione tra piaceri fisici e spirituali. Si individuano poi piaceri veri e falsi, questi ultimi classificati in tre tipologie.

Socrate fornisce tre esempi per dimostrare il piacere falso. Il primo riguarda le opinioni rivolte al futuro: speranze e timori generano piacere e dolore, ma, essendo le opinioni fallibili, anche i piaceri che ne derivano possono essere falsi. Il secondo esempio riguarda un errore prospettico: il piacere e il dolore, avendo una diversa disposizione temporale, possono essere sopravvalutati o sottovalutati. Il terzo, l’errore più grave, deriva da una confusione concettuale: scambiare l’assenza di dolore per piacere.

In generale, i piaceri che incontriamo sono misti, sia perché coinvolgono anima e corpo, sia perché si intrecciano con il dolore. Platone evidenzia la varietà delle situazioni in cui ciò avviene, anche in casi limite come la comicità.

La natura illimitata e mista dei piaceri li distingue radicalmente da quelli privi di dolore, che possono essere chiamati puri. Questi ultimi appartengono esclusivamente all’anima e derivano da esperienze elevate, come la contemplazione delle forme matematiche, di suoni e colori perfetti, di particolari profumi, o dal puro desiderio di conoscenza. Sono divini e accompagnano le esperienze più elevate.

I piaceri puri differiscono dai misti: se il piacere in generale appartiene al genere dell’illimitato, i piaceri puri sono misurati. E poiché tutto ciò che è puro è superiore a ciò che è impuro, così i piaceri puri risultano più veri, più belli e più piacevoli di quelli misti.

Platone evidenzia la radicale diversità ontologica, tanto da presentarle come due idee distinte. Da un lato, vi sono piaceri misurati, divini, stabili e buoni; dall’altro, piaceri smisurati, bestiali, instabili e cattivi, soggetti a un giudizio fortemente negativo o limitativo. Questa distinzione spiega l’insistenza iniziale sulla necessità di verificare se un nome unico giustifichi una reale unità di genere.

Memoria e anamnesi

La memoria conserva le sensazioni e va distinta dall’anamnesi. Mentre la memoria è puramente passiva, la reminiscenza si verifica quando l’anima, indipendentemente dal corpo, rievoca sensazioni assenti nella forma più intensa possibile o quando, dopo aver perso il ricordo di una sensazione o di una conoscenza, lo recupera autonomamente grazie alle sue capacità. A differenza della memoria, dunque, l’anamnesi è una funzione attiva.

Platone, con la teoria dell’anamnesi chiede al lettore una rielaborazione critica. Socrate pone un quesito: come può chi ha sete per la prima volta desiderare di bere, ossia desiderare qualcosa che non fa ancora parte della sua esperienza? L’unica spiegazione possibile è che si tratti di un’azione dell’anima. L’anamnesi, grazie alla sua natura attiva, è l’unico meccanismo in grado di spiegare come l’anima possa desiderare ciò che non ha mai sperimentato.

L’analisi del pensiero si rivela, in realtà, un’indagine sulle tecniche e le scienze, coerente con il quadro ontologico: essendo il Nous appartenente al genere della causa, può solo operare come principio della loro mescolanza.

In tutte le tecniche si riconosce una componente empirica e una matematica, e la loro esattezza dipende dalla predominanza della seconda. Tuttavia, per le scienze, il problema principale non è la precisione, ma la verità, che dipende dall’oggetto di studio.

Si distinguono dunque due tipologie di scienza:

  1. Scienze fisico-matematiche, che studiano realtà molteplici e variabili.
  2. Scienze matematiche pure, che trattano enti stabili come i numeri.

Ne deriva una duplicità di discipline: aritmetica e logistica per il calcolo, statica per il peso. Sebbene abbiano un solo nome, queste scienze hanno un doppio statuto. La vera conoscenza però si occupa solo di oggetti stabili, gli unici che permettono di aspirare alla verità. Per questo, la matematica non rappresenta il vertice del sapere: al di sopra di essa vi è la dialettica, che si occupa delle realtà perfette e immutabili.

Dialettica e metodo conoscitivo

Platone presenta la dialettica sia come metodo, sia come filosofia. Essa è la conoscenza dell’essere, di ciò che è per sua natura immutabile, ed è dunque la forma di sapere più autentica. Le ragioni di questa scelta emergono dallo sviluppo del dialogo: da un lato, l’analisi del piacere e della conoscenza richiede il metodo dialettico; dall’altro, il giudizio sulla vita buona esige la comprensione dei principi fondamentali, accessibili solo attraverso la dialettica.

Il processo non è lineare, ma segue due direzioni:

1.Ascendente, che porta dalla realtà empirica alle idee, fino ai principi primi, giustificando metafisicamente l’unità e la molteplicità del reale.

2.Discendente, che analizza il molteplice e lo riconduce ai principi unificatori.

La condanna dell’edonismo e la distinzione tra i piaceri

Platone condanna l’edonismo per l’erronea identificazione tra piacere e bene, che porterebbe a conseguenze assurde. Tuttavia, non respinge il piacere in assoluto, avendo distinto due tipologie radicalmente diverse: i piaceri misti, bestiali e instabili, e i piaceri puri, divini e misurati. Questa distinzione impedisce di lasciarsi ingannare dall’unità della parola piacere.

A questo punto si deve definire il Bene, ma invece di procedere direttamente, Socrate sceglie un approccio graduale, limitandosi a un avvicinamento alla sua natura. L’obiettivo è determinare come comporre una buona mescolanza, che sarà premiata con il secondo posto nella gerarchia dei valori.

Ciò che garantisce l’armonia della mescolanza, come di ogni altra realtà ordinata, è la misura e la proporzione, caratteri costitutivi della bellezza e della virtù, a cui si aggiunge la verità. Questi tre aspetti, tuttavia, non devono essere considerati separati, ma come un’unità.

Socrate dimostra poi che il pensiero è affine a questi aspetti del Bene, mentre il piacere risulta molto diverso, se non addirittura opposto. Di conseguenza, è possibile stabilire una gerarchia dei beni:

1.Ciò che è più vicino alla misura, che occupa il primo posto.

2.Il bello e il proporzionato.

3.L’intelligenza e il pensiero.

4.Scienza, tecnica e opinioni giuste.

5.Infine, i piaceri, ultimi in ordine di valore.

Questo sarà il giudizio finale. Il dialogo si chiude con un’enigmatica frase di Pròtarco, che richiama un’ultima questione lasciata in sospeso.

Il Bene come tema centrale del dialogo

La determinazione della natura del Bene è il tema filosofico centrale del Filebo. Tuttavia, Platone sceglie volutamente di non definirlo direttamente: Socrate dichiara di operare quasi per divinazione, limitandosi ad avvicinarsi alla causa del Bene senza enunciarlo esplicitamente. In coerenza con questo approccio, Socrate afferma di trovarsi solo nei vestiboli del Bene e la classificazione finale riguarda i beni, non il Bene stesso. La sua essenza, dunque, viene lasciata in sospeso, come dimostra la chiusura del dialogo. Senza un’idea del Bene, tuttavia, l’intera indagine del Filebo risulterebbe priva di senso. Platone risolve il problema indicando nella misura e nella proporzione la sua manifestazione più alta. Per questo afferma che la potenza del Bene si è rivelata nella natura del bello e della virtù, a cui aggiunge la verità. Per evitare equivoci, precisa inoltre che, sebbene il Bene appaia attraverso tre aspetti distinti (bellezza, proporzione e verità), essi devono essere considerati un’unica realtà. Il Bene, dunque, è al tempo stesso causa ontologica (principio dell’essere) e causa assiologica (principio del valore).

Platone sottolinea che la potenza del Bene si nasconde nella natura del bello, confermando così il legame tra i due concetti, ma evidenziandone anche una distinzione fondamentale. Il bello non è il Bene, ma ne manifesta la potenza. Il Bene si lascia intendere sia la misura stessa, poiché, se non lo fosse, risulterebbe assente dall’elenco finale dei beni.

Tutto ciò porta a concludere che Platone, come confermano testimonianze indirette, concepisse un principio Uno-Bene, in modo simile alla coppia peras-apeiron della tradizione pitagorica.

Qualche riflessione finale:

Il Filebo non è una composizione frammentaria o una raccolta casuale di digressioni, ma un dialogo compatto che inquadra, all’interno del sistema platonico, la questione della scelta della vita buona, tema centrale dell’etica di Platone.

Questa problematica resta in tensione per tutto il dialogo: da un lato, è necessario analizzare le condizioni concrete della vita umana; dall’altro, occorre chiarire il sistema dei principi primi, entro cui collocare il Bene stesso. La vita buona si configura come un misto in cui conoscenza e piacere si combinano in una mescolanza che non è un semplice agglomerato casuale, ma un ordine fondato sulla misura, riconosciuta dall’intelligenza (Nous), unica garanzia della coesione dell’insieme.

Altre opere di Platone commentate su Bassaparola:

  • Apologia di Socrate – Socrate si difende dalle accuse di corruzione dei giovani e di empietà, sostenendo la propria innocenza e dichiarando di non temere la morte.
  • SimposioUna serie di discorsi sull’amore, culminanti nella concezione dell’amore come desiderio di conoscenza e bellezza assoluta.
  • GorgiaCritica la retorica sofistica e discute la relazione tra potere e giustizia, sostenendo la superiorità della vita giusta.
  • Eutifrone – Socrate chiede cosa sia la pietà e, spoiler, non ottiene una risposta. Un capolavoro di confusione socratica vestita da logica implacabile.
  • CritoneSocrate, in prigione, discute con Critone sull’importanza di rispettare le leggi, rifiutando la proposta di fuga e accettando la condanna a morte.
  • La RepubblicaEsamina la natura della giustizia e descrive lo Stato ideale, introducendo la teoria delle idee e il mito della caverna.
  • FedoneNell’ultimo giorno di vita di Socrate, si affronta il tema dell’immortalità dell’anima e della filosofia come preparazione alla morte.
  • SofistaAnalizza la figura del sofista e la distinzione tra essere e non essere, approfondendo la natura dell’errore e dell’apparenza.
  • Protagora – Sofisti contro filosofi: Platone racconta un dibattito epico sulla virtù. La virtù si può insegnare?
  • Timeo – Offre una cosmologia in cui il Demiurgo ordina il caos secondo modelli eterni, creando un cosmo armonioso.
  • Lachete – Socrate chiede a due generali cosa sia il coraggio, ma finisce per confonderli. Un dialogo breve che dimostra che Platone sapeva rendere anche i guerrieri filosofi.
  • Crizia – Racconta la storia di Atlantide e della sua guerra contro l’antica Atene, presentando una civiltà avanzata poi scomparsa.
  • Filebo – Esamina il confronto tra piacere e intelligenza nella ricerca della vita felice, sostenendo la superiorità dell’intelletto.
  • Menone – Indaga se la virtù possa essere insegnata, introducendo la teoria della reminiscenza e l’idea che la conoscenza sia innata.
  • Politico – Discute la natura del vero politico e il ruolo della scienza politica nel governare, distinguendo tra diverse forme di governo.
  • TeetetoEsplora la natura della conoscenza, esaminando definizioni come “conoscenza è percezione” e “conoscenza è opinione vera”.
  • Leggi: Ultimo e più lungo dialogo, propone un sistema legislativo per una città ideale, enfatizzando l’importanza delle leggi nella vita sociale.
  • Oppure visita la Guida completa alle opere di Platone per perderti con stile tra le idee immortali.
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