Eutifrone di Platone

A quando risale il dialogo?

Il processo di Socrate si svolge nella primavera del 399 a.C., quindi la fase istruttoria può essere collocata tra la fine del 400 e l’inizio del 399 a.C. È in questo periodo che viene immaginata l’azione del dialogo.

L’opera risale agli anni giovanili di Platone, ma la sua raffinatezza stilistica e la solida articolazione suggeriscono che non sia uno dei suoi primissimi scritti. Si tratta di un dialogo aporetico, ovvero un confronto che giunge a un punto di impasse, senza risposte definitive. Questo carattere è tipico dei dialoghi giovanili, nei quali si passa dall’illusione della conoscenza alla consapevolezza della propria ignoranza, invitando il lettore a riflettere sui problemi sollevati.

Questi dialoghi, pensati per la discussione collettiva nella dimensione dell’oralità dialettica, non mirano a soluzioni definitive, ma stimolano un confronto critico. Erano destinati a un ristretto pubblico di conoscitori delle dottrine platoniche.

Il protagonista:

Eutifrone è il giovane sacerdote con cui Socrate intrattiene una breve conversazione. Il suo nome compare anche in un’altra opera di Platone, il Cratilo, e sembra essere realmente esistito. È descritto come un indovino superstizioso e fanatico, dalla mentalità ristretta. L’Eutifrone ha in parte un intento apologetico nei confronti di Socrate, ma questo non è lo scopo principale del dialogo, sebbene nei testi giovanili di Platone sia spesso presente una componente difensiva.

Meleto, il principale accusatore di Socrate, viene menzionato più volte e descritto in tutta la sua meschinità. Il dialogo mette in evidenza la bassezza del movente dell’accusa: con il pretesto di voler proteggere i giovani dalla corruzione e quindi salvaguardare la patria, Meleto avrebbe in realtà intentato il processo per farsi pubblicità e avviare la sua carriera politica. Di lui si sa poco. È noto, tuttavia, che ebbe complici nell’accusa: Anito, un influente uomo politico della fazione democratica, e Licone, un oratore di una certa fama. La responsabilità formale di presentare la causa all’arconte-re fu affidata a Meleto, motivo per cui Socrate si riferisce prevalentemente a lui nell’Apologia. Quest’ultima lo descrive come rappresentante dei poeti, suggerendo così che fosse egli stesso un poeta.

Dove si svolge il dialogo?

Il dialogo si svolge ad Atene, presso il portico dell’Arconte Basileus, magistrato che aveva ereditato le funzioni giudiziarie e religiose dei re arcaici. Egli era responsabile dell’istruzione dei processi pubblici relativi alle questioni religiose e aveva il compito di controllare la regolarità della procedura giudiziaria. Inoltre, assegnava i casi al tribunale dell’Areopago, costituito da cittadini con più di trent’anni, sorteggiati annualmente. Questo tribunale, principale organo giudiziario della città dopo le riforme democratiche di Pericle, vigilava sull’operato dei funzionari e si occupava dei reati contro lo Stato.

Socrate ed Eutifrone si recano quel giorno al portico per motivi opposti. Socrate è lì per ricevere la notificazione dell’accusa mossagli da Meleto che lo accusa di empietà e di corruzione dei giovani. Con la sua proverbiale ironia, Socrate lascia intendere che Meleto miri a farsi un nome in politica grazie a questa accusa.

Eutifrone, invece, si trova al portico per sporgere una denuncia. Entrambi, dunque, si trovano coinvolti in processi per empietà, ma con ruoli opposti: Socrate come imputato, Eutifrone come accusatore.

Eutifrone di Platone a cura di Giovanni Reale, Bompiani

Protagora: Testo greco a fronte

Quali sono le accuse?

Socrate è accusato da Meleto di introdurre nuove idee religiose, abbandonando le credenze tradizionali, e di corrompere i giovani con il suo insegnamento. Si tratta, dunque, di una questione di Stato, poiché la religione della città, strettamente legata all’educazione dei ragazzi, viene considerata minacciata dal suo pensiero.

Eutifrone, invece, si trova al portico per intentare causa contro suo padre, ritenendolo responsabile della morte di un colono. Quest’ultimo, in stato di ubriachezza, aveva ucciso un domestico durante una rissa. Il padre di Eutifrone, per gestire la situazione, fece legare l’omicida e gettare in una fossa, inviando un messaggero ad Atene per chiedere istruzioni sulle procedure legali. Tuttavia, nel frattempo, il colono morì a causa della fame, del freddo e delle catene.

Eutifrone ritiene il padre colpevole di omicidio e intende denunciarlo per purificare se stesso. Rimprovera ai suoi familiari la loro ignoranza in materia religiosa e, forte della sua funzione sacerdotale, contrappone loro la propria presunta sapienza sulle questioni del sacro e dell’empio.

Qual è il tema principale del dialogo?

Sentendo tanta sicurezza nelle parole di Eutifrone, Socrate, con evidente ironia, gli propone di diventare suo discepolo, così da acquisire conoscenze certe in materia religiosa e poter difendersi adeguatamente da Meleto. Quest’ultimo lo accusa infatti di empietà, ossia di prendere alla leggera le questioni religiose e di introdurre nuove divinità. Il cuore del dialogo è così fissato: Eutifrone dovrà chiarire cosa sia il sacro e cosa l’empio.

Prima definizione di santo

Eutifrone afferma: “Il santo è ciò che sto facendo ora: intentare causa contro chi commette ingiustizia, sia che si tratti di omicidio, furto sacrilego o altri misfatti di questo genere, indipendentemente dal fatto che l’accusato sia il padre, la madre o chiunque altro. Non denunciare, invece, è empio.”

A sostegno della sua tesi, richiama il mito di Zeus, considerato da tutti il più giusto degli dèi, il quale incatenò suo padre Crono perché aveva divorato i figli. A sua volta, Crono aveva mutilato il padre Urano per ragioni simili. Eutifrone ritiene dunque che la sua azione sia in linea con il comportamento e i giudizi degli dèi.

Socrate, tuttavia, non intende discutere sui miti né sulle conoscenze che Eutifrone afferma di possedere. Il suo interesse è rivolto all’idea stessa del santo, alla sua essenza. Non gli interessa un esempio di azione santa, ma la definizione generale che accomuna tutte le azioni sante e le rende tali.

Seconda definizione di santo

Questa volta Eutifrone sembra aver compreso, almeno in parte, l’obiettivo di Socrate e risponde: “Santo è ciò che è caro agli dèi”.

Tuttavia, emerge subito una contraddizione: gli dèi non sono sempre concordi nei loro giudizi. Alcuni ritengono certe azioni buone e giuste, mentre altri le considerano cattive e ingiuste. Di conseguenza, se il santo fosse ciò che è caro agli dèi e l’empio ciò che essi odiano, allora le stesse azioni risulterebbero al contempo sante ed empie, poiché gradite ad alcuni dèi e detestate da altri. Le controversie, infatti, non riguardano il principio secondo cui chi è ingiusto debba essere punito, ma il giudizio sulle singole azioni: ciò che alcuni ritengono giusto, altri lo considerano ingiusto.

Terza definizione di santo

Sembrerebbe possibile superare le difficoltà della precedente definizione con una correzione: santo non è ciò che alcuni dèi amano e altri odiano, ma ciò che è amato indistintamente da tutti gli dèi, mentre empio è ciò che tutti loro odiano. Tuttavia, anche questa versione solleva un nuovo problema: il santo è tale perché amato dagli dèi, oppure è amato dagli dèi perché è santo? In altre parole, si tratta di capire se l’essenza del santo si esaurisca nell’essere amato dagli dèi, o se invece possieda un valore intrinseco, a cui semplicemente accade di essere amato da tutti gli dèi.

Socrate dimostra che l’essere santo e l’essere amato dagli dèi sono concetti distinti. Il primo esprime l’essenza di un’azione o di una cosa, mentre il secondo rappresenta una qualità aggiuntiva, un’affezione che non ne definisce la natura intima. Se il santo è amato da tutti gli dèi, non è per questo che è santo; al contrario, è perché è santo che viene amato dagli dèi. Dunque, l’essere amato da tutti gli dèi non costituisce l’essenza del santo, ma è solo una conseguenza della sua natura, un accidente che non ne determina l’essenza.

Eutifrone di Platone a cura di Mario Casaglia, Laterza

Quarta definizione di santo

Poiché Eutifrone appare sempre più riluttante a proseguire la discussione, Socrate cerca di agevolarlo proponendo una nuova via d’indagine: esaminare il rapporto tra il giusto e il santo. Egli sostiene che il santo sia una parte del giusto: tutto ciò che è santo è anche giusto, ma non tutto ciò che è giusto è necessariamente santo. Per chiarire la questione, occorre quindi definire quale parte del giusto corrisponda alla santità.

Eutifrone tenta una nuova definizione: “Mi pare che il santo sia quella parte del giusto che riguarda la cura degli dèi, mentre l’altra parte concerne il rapporto con gli uomini.”

Se il santo è la cura che l’uomo rivolge agli dèi, bisogna però precisare di che tipo di cura si tratti. Infatti, la cura implica un beneficio o un miglioramento dell’oggetto a cui è rivolta, ma le azioni sante non rendono certo migliori gli dèi. Ne consegue che la santità non può essere una cura in senso tradizionale, bensì un’arte di servire gli dèi, proprio come i servi assistono i loro padroni.

Anche questa definizione, però, non convince Socrate, che sottolinea come il servizio abbia sempre un fine preciso. È quindi necessario stabilire quale scopo persegua il nostro servizio agli dèi, ovvero “Qual è mai quel meraviglioso effetto che gli dèi ottengono grazie ai nostri servigi?” Eutifrone, incapace di rispondere, evita abilmente la questione e sfugge alla conclusione del ragionamento. Il dialogo, almeno in apparenza, si chiude senza una risposta definitiva.

Socrate, rassegnato, osserva con ironia: “Avresti potuto dirmelo molto più brevemente, Eutifrone, se solo avessi voluto. Ma è evidente che non intendi istruirmi: proprio quando eri sul punto di farlo, ti sei ritirato. Se me lo avessi detto, avrei ormai imparato da te che cosa sia la santità.” Platone, con queste parole finali, lascia intravedere un possibile orientamento per la soluzione del problema, pur mantenendo l’apparente aporia del dialogo.

Quinta definizione di santo

Da questo punto fino alla fine del dialogo, Socrate seguirà Eutifrone sulla strada errata, poiché, come dice lui stesso, “l’amante deve seguire l’amato ovunque questi lo conduca.”

Dall’ultima risposta data, la santità risulta essere una sorta di scienza del pregare e del sacrificare. Pregare, infatti, significa chiedere agli dèi, mentre sacrificare equivale a fare loro un dono. Ma questa definizione porta a una conclusione paradossale: il santo si ridurrebbe a un semplice scambio tra uomini e dèi, come se tra loro esistesse una sorta di commercio. Socrate precisa che gli dèi, essendo perfetti, non possono avere bisogno di nulla da noi, mentre noi riceviamo ogni bene da loro. Eutifrone allora aggiunge che i nostri doni non possono essere altro che un segno di omaggio, un atto di venerazione gradito agli dèi. Tuttavia, questo porta nuovamente alla definizione già confutata in precedenza: il santo sarebbe ciò che è caro agli dèi, facendo così ricadere il ragionamento in un circolo vizioso che riconduce al punto di partenza.

Socrate vorrebbe riprendere l’indagine per cercare una risposta più solida, ma Eutifrone si affretta a concludere il dialogo. A questo punto, Socrate lo congeda con un’ultima, pungente ironia: “Che fai, amico? Mi togli la grande speranza che nutrivo: imparare da te che cosa è santo e cosa non lo è. Così avrei potuto difendermi dall’accusa di Meleto, dimostrandogli che, grazie a te, ero diventato sapiente nelle cose divine e non mi abbandonavo più a improvvisazioni e novità per ignoranza. Avrei potuto vivere meglio il resto della mia vita.” Con questa battuta finale, Platone chiude il dialogo senza una soluzione esplicita, lasciando il lettore a riflettere sulla natura del santo e sull’aporia in cui Eutifrone si è trovato intrappolato.

La soluzione del tema della santità:

Che cos’è il santo? La chiave di volta risiede nell’affermazione conclusiva di Socrate, già evidenziata in precedenza: “Avresti potuto dirmelo molto più brevemente, Eutifrone, se solo avessi voluto. Ma è evidente che non intendi istruirmi. Proprio quando eri sul punto di farlo, ti sei ritirato; se me lo avessi detto, avrei ormai imparato da te che cosa sia la santità.”

La santità sarebbe risultata chiara: essa non sarebbe altro che la conoscenza del bene e la collaborazione degli uomini con gli dèi per la sua realizzazione, con tutte le implicazioni che ne derivano. Questa risposta non viene mai formulata esplicitamente nel dialogo, ma l’intero sviluppo della discussione conduce irresistibilmente a questa conclusione. È proprio la struttura dialettica del confronto tra Socrate ed Eutifrone a suggerire, pur senza dichiararlo apertamente, che la santità si identifica con la conoscenza e la realizzazione del bene.

La Teoria delle Idee nell’Eutifrone

La dottrina delle Idee emerge chiaramente sin dall’impostazione del problema della santità. Socrate chiede a Eutifrone di definire che cosa sia il santo, non in riferimento a un singolo caso, ma nella sua essenza universale. Egli sottolinea che il santo rimane identico a sé stesso in tutte le azioni che si dicono sante, così come l’empio mantiene la sua identità nelle azioni empie. In altre parole, esiste una Forma o Idea che permane in tutte le azioni sante, rendendole tali e permettendo di raggrupparle in un unico concetto.

Il termine Idea, utilizzato insieme a forma, indica ciò che è immutabile e costante in ogni azione. Questo concetto viene ribadito subito dopo che Eutifrone tenta la sua prima definizione, fornendo però un esempio concreto anziché l’essenza universale richiesta da Socrate. Quest’ultimo gli ricorda che non aveva chiesto uno o due esempi di azioni sante, ma la Forma stessa per cui tutte le azioni sante sono tali. La Forma o Idea, quindi, è ciò che conferisce a ogni cosa la sua identità, definendone la natura essenziale.

Socrate dimostra che l’essere amato dagli dèi non è l’essenza del santo, ma una sua affezione, un tratto accidentale. L’essenza, infatti, indica la natura fondamentale delle cose, ciò per cui sono ciò che sono. Queste osservazioni portano a concludere che, nell’Eutifrone, è già presente e operante il primo nucleo della metafisica platonica delle Idee. Esse si delineano come forma ontologica, ovvero la struttura essenziale di un ente, come sostanza, e come modello metafisico delle cose. Nei successivi dialoghi, Platone approfondirà e svilupperà ulteriormente questa teoria.

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