HomeFilosofia della Grecia AnticaOpere di PlatoneIl Politico secondo Platone: tra arte della tessitura e teologia astrale

Il Politico secondo Platone: tra arte della tessitura e teologia astrale

Platone contesta l’antico e diffuso mito — già presente in Omero — del re come pastore dei popoli, figura solitaria e superiore, guida di un’umanità considerata passiva e inferiore. Secondo il filosofo ateniese, questo modello poteva valere solo nell’Età dell’Oro, quando il mondo era ancora governato da Crono e gli uomini erano accuditi da demoni benevoli.

“Allora gli uomini vivevano sotto la protezione diretta degli dèi, ed erano guidati da esseri divini; oggi, invece, è Zeus che regna, e ha lasciato a noi stessi la guida di noi stessi.” (Politico, 271e-272a)

Nell’epoca attuale, l’Età di Zeus, tutto è cambiato: l’universo ha invertito il suo corso, e agli uomini non restano che le loro capacità per sopravvivere in un mondo segnato dalla scarsità e dalla fatica.

In questo nuovo scenario, il politico non è più un essere separato, un “divino pastore”, ma un uomo tra gli uomini, chiamato a un compito complesso: tessere la città, come un sapiente artigiano tesse un tessuto.

“Dunque l’arte regia non è né pastorale né militare, ma una specie di tessitura […] che intreccia insieme vite diverse.” (Politico, 305e)

È questa la potente metafora che Platone introduce: il vero politico è un tessitore, capace di intrecciare le diverse abilità e inclinazioni dei cittadini per creare un ordine armonioso. La città ben governata è come un ordito solido, costruito con equilibrio e misura.

L’Arte della Misura e l’Educazione come Politica

Per Platone, il politico autentico è dotato di una conoscenza profonda, quasi scientifica, delle anime e dei bisogni umani.

“Non è possibile governare bene senza la scienza, così come non è possibile tessere un buon tessuto senza l’arte del tessitore.” (Politico, 292e)

La sua è un’arte della misura, che sa evitare gli eccessi e i difetti, e che mira all’educazione dei cittadini. Proprio come il medico adatta le cure ai singoli pazienti, il politico deve modulare le sue decisioni in base alle circostanze.

Per questo Platone arriva a una posizione audace:

“Il migliore dei governi è quello di un solo uomo che possiede la scienza politica. E se costui governa davvero con scienza, allora le leggi scritte sono inutili.” (Politico, 294a-b)

Ma poiché questi governanti ideali sono rari — quasi mitici — le leggi diventano un male necessario: un ripiego per evitare il caos e la degenerazione della vita pubblica.

Dalla Repubblica alle Leggi: il ritorno alla realpolitik

Platone stesso, nell’ultima fase della sua vita, riconosce i limiti dell’utopia. Nel dialogo Le Leggi, abbandona l’ideale della città governata dai filosofi e propone un sistema più realistico.

“Non è più tempo di cercare il meglio, ma di cercare il meno cattivo.” (Leggi, 739a)

Il cuore dello Stato diventa ora un solido corpo di leggi, da far rispettare con rigore. Tuttavia, la legge non è solo imposizione:

“Ogni legge deve essere preceduta da un discorso che persuada […] perché non si governa con la forza, ma con la ragione.” (Leggi, 722c)

La Nuova Città: Famiglia, Proprietà e Religione

Contrariamente alla Repubblica, Platone nelle Leggi reintroduce famiglia e proprietà privata, ma in forma controllata, per evitare disuguaglianze.

“Ogni cittadino avrà due lotti: uno vicino alla città, l’altro più lontano, e non potrà venderli né dividerli.” (Leggi, 740d)

La coltivazione e il commercio spettano a schiavi e stranieri; ai cittadini è riservata la difesa e la vita civica. L’educazione è fortemente pubblica:

“Il figlio non è solo del padre, ma della città intera.” (Leggi, 789c)

Teologia Astrale e il Governo Divino

Uno degli aspetti più sorprendenti delle Leggi è la centralità della teologia astrale. Gli astri sono divinità intelligenti e benefiche:

“Non esiste cosa più divina dei corpi celesti che percorrono con ordine il cielo: essi sono dèi.” (Leggi, 886a)

In questo quadro teocratico, l’ateismo è un crimine che minaccia l’ordine cosmico e politico. Viene creato un “consiglio notturno” per sorvegliare la moralità religiosa:

“Chi nega l’esistenza degli dèi, corrompe i giovani e mina le fondamenta della città.” (Leggi, 908b)

Dall’Uomo a Dio: la Nuova Misura di Tutte le Cose

L’affermazione di Protagora secondo cui “l’uomo è misura di tutte le cose” (Teeteto, 152a) viene radicalmente ribaltata dall’ultimo Platone:

“Dio è, in verità, la misura di tutte le cose, molto più dell’uomo.” (Leggi, 716c)

Qui si riflette il passaggio da una giustizia “umana” e razionale, a una legge ispirata a principi eterni e divini, unica garanzia di stabilità e ordine.

Il Politico tra Utopia e Realismo

Il cammino di Platone ci mostra una tensione continua tra ideale e realtà. Dal filosofo-re della Repubblica al legislatore delle Leggi, il politico platonico rimane una figura centrale e affascinante:

“Il compito del buon legislatore è uno solo: educare l’anima alla virtù.” (Leggi, 650b)

In un mondo come il nostro, dove la politica sembra spesso smarrita tra tecnicismi e populismi, tornare a Platone significa riscoprire che governare è un’arte: non dominio, ma cura della città, come si cura un corpo o si tesse un grande arazzo.

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