Lizzi (Lega), disimpegno delle donne dal mercato del lavoro è fonte di preoccupazione

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“A settembre il tasso di disoccupazione femminile dell’UE era del 7,9%, in aumento dal 7,8% di luglio e dal 6,9% di aprile, mentre il tasso di disoccupazione maschile è passato dal 6,5% di aprile al 7,1% di settembre, il che significa che il divario di genere si è ampliato di ulteriori 0,4 punti percentuali”.

Lo ha detto l’europarlamentare della Lega, Elena Lizzi, membro della Commissione Occupazione e Affari sociali del Parlamento europeo, al webinar, “Fra violenza, difficoltà economiche e disoccupazione femminile”, commentando i dati mensili sulla disoccupazione pubblicati a novembre da Eurostat e rilevando come “la percentuale di intervistati, che erano diventati disoccupati dall’inizio della pandemia, fosse leggermente più alta tra le donne rispetto agli uomini (9% contro 8%)”.

“In particolare, le donne di età compresa tra i 18 ei 34 anni hanno maggiori probabilità di perdere il lavoro (11%, rispetto al 9% dei giovani uomini) e le donne, indipendentemente dalla fascia di età, di abbandonare il mercato del lavoro, perché –spiega l’europarlamentare friulana- hanno una quota maggiore di responsabilità di assistenza all’interno della famiglia che, a lungo termine, si traduce in scoraggiamento e ulteriore distacco. I dati del sondaggio elettronico di Eurofound confermano che tra le donne che lavoravano prima dello scoppio della pandemia e poi hanno perso il lavoro, il 4% è diventato inattivo, mentre la percentuale degli uomini si attesta intorno all’1%”.

“Mentre la precedente recessione economica ha inferto il colpo più duro ai settori a predominanza maschile più sensibili al ciclo economico, come l’edilizia e la manifattura, la crisi attuale presenta caratteristiche nuove a causa della sua natura atipica. Una concentrazione di attività a casa durante la crisi –continua Lizzi- ha inoltre portato a un generale deterioramento dell’equilibrio tra vita professionale e vita privata, soprattutto per le donne. Tra le donne e gli uomini con figli piccoli (di età compresa tra 0 e 11 anni), quasi un terzo delle lavoratrici ha avuto difficoltà a concentrarsi sul proprio lavoro (contro un sesto degli uomini), mentre le responsabilità familiari hanno impedito più alle donne (24%) che agli uomini (13%) di dedicare il tempo che volevano alle loro mansioni professionali. Il lavoro incide anche sulla vita familiare: il 32% delle donne ha affermato che il lavoro ha impedito loro di concentrarsi sulla famiglia, contro il 25% degli uomini”.

“È fondamentale che i governi e le parti interessate valutino le implicazioni di genere della pandemia, poiché –conclude Lizzi- i rischi del disimpegno delle donne dal mercato del lavoro e degli sviluppi che rafforzano gli stereotipi di genere sono tangibili e fonte di preoccupazione”.